Emanuele Sipala

Amici, delegati, donne e uomini che credono ancora in un’idea. C’è un modo di pronunciare il nome della propria nazione che ne rivela, in una sola parola, l’amore o il disprezzo. Ci sono uomini — e troppi siedono persino tra i nostri rappresentanti — che dell’Italia parlano come si parla di un fardello: «questo Paese». Lo dicono con la bocca storta, quasi a prenderne le distanze. Provate invece a chiederlo a un inglese, a un americano: vi risponderà «my country», la mia patria, con la schiena dritta e gli occhi che brillano. Ecco la differenza. Ed è il punto da cui ripartiamo. Perché l’Italia non è «questo Paese». L’Italia è la nostra Patria. È la terra che ha custodito, e ancora custodisce, l’eredità più alta che l’umanità abbia conosciuto: la civiltà classica, greca e romana, e la luce della tradizione cattolica. Noi non siamo un popolo qualunque: siamo un popolo unico al mondo. E per troppo tempo ce ne siamo quasi vergognati.

Abbiamo lasciato che le nostre virtù venissero rovesciate in difetti. Che l’orgoglio venisse chiamato arroganza. L’identità, chiusura. Le radici, un imbarazzo da nascondere. È stato un lavorio paziente, sottile, quotidiano. E in quest’arte di demolire ciò che siamo, la sinistra è maestra. Noi siamo qui per ricostruire. Per restituire dignità e voce a tre parole che per troppi sono diventate quasi bestemmie, e che per noi tornano a essere bandiere: Patria. Identità. Famiglia. La famiglia fondata sull’amore di un uomo e di una donna, cellula prima della società, che un certo conformismo culturale — la dittatura del “politicamente corretto” — ha voluto dare alle fiamme. E intendiamoci bene, perché nessuno ci metta in bocca parole che non sono nostre: quando diciamo Patria e Identità, non diciamo razzismo. Diciamo rispetto. Diciamo memoria. Diciamo il diritto di un popolo a non essere cancellato, a non vedere le proprie radici appiattite e uniformate a quelle di chiunque altro — comprese, sì, quelle del Nord Europa. Perché un albero che recide le proprie radici non diventa più libero. Muore.

POLITICA ECONOMICA NAZIONALE

E veniamo alla nostra terra, ai nostri figli, al nostro lavoro. Serve una politica che guardi negli occhi i giovani. Quei giovani oggi bistrattati e poi abbandonati: perché noi, invece di costruire le condizioni perché restino, li perdiamo. E li regaliamo all’estero. E badate: li perdiamo due volte. La prima, perché lo Stato e le famiglie hanno investito su di loro anni, sacrifici, denaro: e quell’investimento vola via con un biglietto di sola andata. La seconda, perché con quella fuga di cervelli arricchiamo gli altri Paesi a costo zero. Formiamo i migliori, e li mettiamo in regalo nelle mani dei nostri concorrenti. E in cambio di che cosa? In cambio ci raccontano che basterà importare manodopera per pagare le nostre pensioni. La verità, diciamola, è un’altra: nella migliore delle ipotesi quei flussi li manteniamo noi; nella peggiore, lasciati a se stessi, alimentano sacche di degrado e di criminalità nelle nostre città. Il punto, allora, è uno solo: fermare l’emorragia. Trattenere i nostri figli in Italia. Non con i muri, ma con le opportunità. Offrendo loro un lavoro vero e uno stipendio giusto — rubo la parola, e lo faccio con orgoglio, all’enciclica del Papa: «giusto», non «minimo» come vorrebbe la sinistra. Uno stipendio che permetta a un ragazzo e a una ragazza di vivere con dignità, di mettere su casa, di costruire una famiglia.

E qui tocchiamo la ferita più profonda del nostro tempo: la culla vuota. I numeri sono impietosi. Nel 2024 in Italia sono nati appena 369.944 bambini: meno di trecentosettantamila. E dal 2008 — quando i nuovi nati superavano i 576.000 — abbiamo perso oltre 207.000 culle: più di un terzo, il 35,8 per cento in meno. Oggi una donna mette al mondo, in media, 1,18 figli: il numero più basso mai registrato nella storia d’Italia. Un Paese che non fa più figli è un Paese che ha smesso di credere nel proprio domani. Ma non è un destino: è una scelta politica. E una scelta politica si può ribaltare. Solo uno Stato che torna protagonista, uno Stato che investe, può invertire la rotta. E investire significa avere il coraggio di gesti concreti: riconoscere a ogni famiglia, per ogni bambino che nasce, una somma importante e una tantum — ventimila, trentamila euro che vuol dire destinare solo 6 miliardi di euro di spesa pubblica per 200.000 nascite. Già sento l’obiezione: «è un’eresia economica!». No. È esattamente il contrario. È l’investimento più sicuro che un Paese possa fare: l’investimento sul proprio futuro. Perché — scolpiamocelo in mente — il debito pubblico non si abbatte con i sacrifici dei soliti noti: si abbatte facendo crescere il PIL. E il PIL, alla radice, non torna a crescere se non tornano a crescere i bambini. E poi lasciatemelo dire: quanto ci costano oggi gli immigrati che stazionano nei centri di accoglienza! Questa, amici, è oggi la vera politica di destra. Non il liberismo senza volto che l’Europa di scuola anglosassone ci ha imposto: un’Europa che non conosce altra legge se non quella del mercato, e che tiene gli Stati sotto ricatto con l’arma dello spread e dei vincoli di Bilancio. Non l’economia della finanza speculativa, che ingrassa sulle disgrazie e sull’instabilità, e che guadagna miliardi senza versare una sola goccia di sudore. La nostra strada è un’altra. È l’economia produttiva: quella dell’agricoltura, dell’industria, dei servizi. Quella di chi crea, di chi costruisce, di chi lavora. È a favore di chi produce — e non di chi specula. Senza trascurare che tutto il sistema tributario va riequilibrato a favore proprio di chi produce ricchezza. Perché se continuiamo a piegare la testa davanti a ogni diktat dell’Europa e dei folli che la guidano, sapete già che la ricetta è sempre la stessa: Austerità economica, Austerità industriale, Austerità fiscale e — fra non molto, quando la BCE alzerà i tassi — Austerità bancaria. Un solo nome, per una sola direzione: il declino.

Verrebbe da pensare che qualcuno, e non soltanto a Bruxelles ma anche in casa nostra, abbia a cuore la morte del nostro apparato produttivo. Guardate gli indicatori economici — crescita, istruzione, salari, disoccupazione giovanile — tutti in negativo e così ci ritroviamo in fondo alla classifica, in compagnia della Grecia e di qualche Paese dell’Est. Questa non è l’Italia che meritiamo. Non è l’Italia che i nostri padri ci hanno consegnato.

POLITICA FISCALE

E permettetemi ora, per dovere professionale prima ancora che politico, una parola sul fisco. Perché è qui che la teoria diventa carne viva. C’è un’Italia che non fa rumore. Un’Italia che ogni mattina, all’alba, alza una saracinesca. Accende un macchinario. Apre uno studio. È l’Italia delle piccole e medie imprese: il tessuto vivo che questo popolo ha costruito con il sudore di intere generazioni, di intere famiglie. Ebbene: oggi quell’Italia è sotto assedio. Un assedio fatto di controlli sempre più invasivi. Di accertamenti che presumono la colpa prima ancora di accertare il fatto. Un sistema in cui l’imprenditore è costretto a pagare prima, per non subire l’esecuzione, e solo dopo — se ha vinto, se il ricorso è stato accolto — può mettersi a rincorrere un rimborso che chissà quando arriverà. Abbiamo reintrodotto, nei fatti, quel solve et repete — paga, e poi reclama — che il nostro stesso ordinamento vieta. L’abbiamo travestito da efficienza. Ma è soltanto fame di cassa. E intanto, ogni mattina, i giornali tuonano: «guerra agli evasori», «lotta all’evasione». Parole che lasciano cadere un sospetto velenoso: che dietro ogni partita IVA si nasconda un ladro. Io vi dico che non è così. Dietro ogni partita IVA c’è una persona. C’è una responsabilità. C’è una famiglia che rischia in proprio ciò che altri non rischierebbero mai. Questo sistema è iniquo, e lo è per due ragioni. La prima: guarda solo alla cassa dello Stato, e lo fa con strumenti spropositati, dimenticando che le imprese non sono numeri su un foglio, ma uomini e donne in carne e ossa, che la fatica dell’impresa la vivono ogni giorno sulla propria pelle. La seconda: una pressione fiscale ormai insostenibile, che non finanzia lo sviluppo. Lo soffoca. Così, lasciatemelo dire con chiarezza, non si combatte l’evasione. Così si uccidono le imprese oneste. E un Paese che spegne, una saracinesca dopo l’altra, il proprio tessuto produttivo, sta spegnendo — lentamente, in silenzio — il proprio futuro.

CHIUSURA

Ma noi siamo qui proprio per questo. Per riaccendere ciò che altri vorrebbero spegnere. Per restituire a una madre la serenità di mettere al mondo un figlio. A un giovane, la possibilità di costruire il proprio domani sulla terra dei suoi padri. A un imprenditore, il diritto di essere considerato un cittadino, e non un sospettato. A un popolo intero, il coraggio di pronunciare con orgoglio il proprio nome. Non «questo Paese». La nostra Patria. Rialziamo la saracinesca dell’Italia. Tutti insieme. E teniamola aperta — per i nostri figli, e per i figli dei nostri figli. Viva l’Italia. Viva la nostra Patria. Grazie.