Quando si parla di sviluppo economico, investimenti e occupazione, troppo spesso il dibattito si concentra sugli incentivi economici e troppo poco su quello che rappresenta il vero ostacolo agli investimenti in Italia: l’incertezza amministrativa.
Il mondo corre e i capitali si muovono in tempo reale da un continente all’altro. Le imprese scelgono dove investire sulla base di tempi certi, regole chiare e affidabilità delle istituzioni.
L’Italia, invece, e con essa molte delle nostre Regioni, troppo spesso procede in retromarcia tra procedure lente, competenze frammentate, responsabilità disperse e tempi amministrativi imprevedibili.
Un investitore può accettare vincoli, prescrizioni e controlli rigorosi. Quello che non può accettare è investire ingenti quantità di denaro senza sapere se un progetto verrà autorizzato tra cinque, sette o dieci anni oppure se verrà bloccato dopo anni di studi, progettazioni e interlocuzioni con la pubblica amministrazione.
Per questo ritengo che ogni Regione debba dotarsi, su input Statale, di uno Sportello Regionale per gli Investimenti Strategici, capace di riunire fin dall’inizio tutti gli enti coinvolti e di fornire una valutazione preliminare chiara sulla fattibilità degli interventi.
Il principio deve essere semplice: se un progetto non è compatibile con il territorio bisogna dirlo subito; se è compatibile, l’investitore deve avere la certezza che il successivo iter autorizzativo servirà a definire gli aspetti tecnici e ambientali dell’opera e non a rimettere continuamente in discussione la sua realizzabilità.
La certezza amministrativa è il primo e più importante incentivo agli investimenti.
Ma c’è anche un altro tema fondamentale. Se vogliamo che le Regioni siano realmente protagoniste dello sviluppo economico, dobbiamo avere il coraggio di attribuire loro maggiori competenze sul governo del territorio.
Esistono già in Italia esempi che dimostrano come un modello diverso sia possibile. In Sicilia, in Valle d’Aosta e in Trentino-Alto Adige numerose competenze in materia di tutela dei beni culturali e paesaggistici sono esercitate direttamente a livello territoriale.
Non si tratta di ridurre le tutele o di sacrificare il patrimonio culturale e paesaggistico in nome dello sviluppo. Al contrario. Si tratta di rendere le decisioni più rapide, più responsabili e più vicine ai territori.
Tutto questo è perfettamente coerente con l’articolo 9 della Costituzione, che tutela il paesaggio e il patrimonio culturale intesi come beni delle generazioni future. La vera sfida non è scegliere tra tutela e crescita. La vera sfida è garantire entrambe attraverso regole chiare, responsabilità definite e tempi certi.
La proposta che ho elaborato prevede un percorso amministrativo semplice: una verifica preliminare di fattibilità che coinvolga tutti gli enti competenti, seguita da un iter autorizzativo con termini certi e da un provvedimento finale unico. In altre parole, lo Stato e le Regioni devono avere il diritto di dire no, ma devono dirlo subito.
Perché nel mondo di oggi non vince chi ha meno regole. Vince chi ha regole chiare, decisioni rapide e istituzioni che si assumono la responsabilità di decidere.
E ogni investimento che perdiamo, ogni impresa che rinuncia, ogni progetto che resta fermo per anni in un cassetto non è una vittoria della tutela: è una sconfitta per il lavoro, per i giovani, per la competitività del territorio e per il futuro della Sardegna e dell’Italia.