Cari Futuristi, buongiorno. Mi chiamo Luigi Enea Rago, ho 47 anni, sono un avvocato ed ho un figlio di 6 anni. Vengo da Santa Maria del Cedro, un piccolo paese della provincia di Cosenza affacciato sul Mar Tirreno.
Sono rimasto orfano di padre a soli due anni e sono stato cresciuto, insieme a mia sorella maggiore, da una madre straordinaria che ha dovuto fare i salti mortali per andare avanti e garantirci un futuro. Nonostante tutto, la mia infanzia è stata bellissima, non mi è mancato nulla di ciò che conta davvero: l’affetto, l’educazione, il rispetto, i valori e l’esempio del sacrificio.
A diciotto anni ho servito la Patria nell’Aeronautica Militare. Consentitemi di dirlo: ai miei tempi era un’esperienza che molti giovani affrontavano e che, secondo me, farebbe ancora bene alle nuove generazioni. Lì ho imparato la disciplina, il rispetto, il senso del dovere e della responsabilità. È stato un periodo che mi ha formato. Ma soprattutto, lì sono diventato un uomo.
Successivamente, come tanti miei conterranei, ho lasciato il mio paese per studiare Giurisprudenza all’Università pubblica di Roma Tre. Per mantenermi agli studi ho fatto molti lavori: montavo palchi la sera, distribuivo volantini e la domenica a volte facevo il bibitaro nella Curva Nord dello Stadio Olimpico. Erano lavori umili ma dignitosi, che mi permettevano di frequentare le lezioni, studiare e costruirmi un futuro senza gravare troppo sulla mia famiglia.
Sono cresciuto ascoltando i racconti di mio nonno materno. Mi ripeteva sempre che ai suoi tempi lasciava la porta di casa aperta e nessuno si sarebbe mai sognato di entrare. Mi parlava di un’Italia dove la parola data aveva un valore, dove il lavoro permetteva di costruire una famiglia e dove il senso di comunità era una realtà concreta. Sono parole che mi sono rimaste dentro.
Così come mi è rimasta impressa una frase pronunciata da un anziano commerciante che abitava nello stesso palazzo dove alloggiavo durante l’università. Un giorno, parlando dei grandi movimenti migratori che hanno interessato il nostro Paese, mi disse: “Luigi, non ti offendere, ma ai miei tempi gli immigrati eravate voi del Sud.” Una frase che mi ha fatto riflettere molto. Perché racconta una realtà che molti oggi sembrano dimenticare. Gli italiani che si spostavano da una regione all’altra cercavano lavoro, opportunità e un futuro migliore. Cercavano di integrarsi, di rispettare le regole e le usanze dei luoghi che li ospitavano.
Appartengo a una generazione cresciuta senza cellulari e senza social network. Una generazione che ha imparato il rispetto, la responsabilità e il valore delle relazioni vere, quelle costruite guardandosi negli occhi e non attraverso uno schermo. Era un tempo in cui, se tornavi a casa con le ginocchia sbucciate, tua madre prima ti rimproverava e poi ti medicava; dove gli insegnanti erano severi ma rispettati e la disciplina era considerata un valore, non un limite.
In quarantasette anni ho sempre guardato la politica con diffidenza e non sono mai stato tesserato ad un partito. Addirittura ogni volta che al telegiornale si inizia a parlare di politica o si intervistano i politicanti cambio canale, perché provo soltanto rabbia e frustrazione. Troppi proclami, troppe promesse e troppo poca attenzione ai problemi reali delle persone.
Poi, un giorno, quasi per caso, ho iniziato ad ascoltare gli interventi del Generale Vannacci. Ho scoperto una visione dell’Italia nella quale mi riconoscevo. Una visione che parla di sicurezza, identità, merito, famiglia, lavoro e tutela degli interessi nazionali. Temi che milioni di italiani vivono ogni giorno sulla propria pelle. Parlo delle famiglie che fanno fatica ad arrivare a fine mese. Parlo degli imprenditori soffocati dalla burocrazia. Parlo di chi aspetta mesi per una visita medica. Parlo di chi lavora duramente e si sente sempre più abbandonato da una politica coscientemente distante dalla realtà.
Ecco perché, per la prima volta nella mia vita, ho deciso di credere in un progetto politico e nel Generale Vannacci. Credo che sia possibile riscoprire la nostra identità nazionale, valorizzare la nostra cultura, le nostre tradizioni e il nostro senso di appartenenza. Credo che uno Stato serio debba mettere al centro i propri cittadini, senza discriminare nessuno ma senza nemmeno dimenticare chi paga le tasse, chi lavora, chi rispetta le regole e chi veramente contribuisce ogni giorno alla crescita della Nazione. Credo che l’immigrazione debba essere governata con serietà, equilibrio e buon senso. Credo che sia possibile riportare la politica tra la gente, nei territori, nelle periferie e nelle comunità locali.
Ma soprattutto credo che dobbiamo farlo per i nostri figli. Voglio che mio figlio cresca in una nazione che premi il merito, il lavoro e il sacrificio. Non voglio che un domani mio figlio si ritrovi a vivere in una nazione senza prospettive e dove la sicurezza sia un lusso. Non voglio che sia costretto a lasciare l’Italia per cercare altrove le opportunità che qui non ha trovato. Per questo oggi sono qui e ho deciso di impegnarmi in prima persona.
Consentitemi però una riflessione finale. Non dimenticatevi mai delle persone che ora vi stanno dando fiducia. Non dimenticatevi di chi come me ha lavorato sodo per raccogliere consensi e adesioni a Futuro Nazionale e che continuerà a farlo sinceramente e spassionatamente. Non dimenticatevi dei territori, delle periferie, dei piccoli comuni e di chi ogni giorno lavora, produce e sostiene questo Paese. Ascoltate davvero gli italiani. Restate fedeli ai principi che vi hanno portato fin qui e non scendete a compromessi, perché la fiducia si conquista con difficoltà ma si perde in un attimo. Se saprete rimanere vicini alla gente, Futuro Nazionale potrà rappresentare una vera occasione di cambiamento. Ve lo auguro sinceramente.
Viva l’Italia. Viva gli italiani.
Luigi Enea Rago – Comitato Costituente Santa Maria del Cedro (CS) – 914