Maurizio Cartarrasa

Gentile Presidente, caro Roberto Vannaci, cari futuristi e cari ospiti, una parola aleggia, parte da Mazara del Vallo arriva a Pantelleria poi tocca Lampedusa risale la Sicilia, supera il ponte di Messina, a già ancora non c’è, e va bene facciamo finta, poi risale lo stivale, travalica le Alpi a giunge a Bruxelles: PIL, PIL fortissimamente PIL. Si ma cos’è questo acronimo e cosa si intende? Il PIL (Prodotto Interno Lordo) è il principale indicatore economico utilizzato per misurare la salute e le dimensioni dell’economia di un Paese. In termini semplici, rappresenta il valore complessivo di tutti i beni e servizi finali prodotti all’interno di una nazione in un determinato periodo di tempo, solitamente un anno o tre mesi. Come si calcola? Il calcolo si basa sulla somma di cinque componenti principali, riassunte nella formula PIL = C + I + G + (X-M):

  • C (Consumi): La spesa delle famiglie per beni e servizi (cibo, automobili, visite mediche, ecc.).
  • I (Investimenti): La spesa delle aziende per macchinari, stabilimenti o nuove costruzioni.
  • G (Spesa pubblica): I soldi spesi dallo Stato per servizi pubblici: sanità, scuola, sicurezza, università e ricerca, infrastrutture, stipendi dei dipendenti pubblici, ecc..
  • X (Esportazioni): Il valore di ciò che viene prodotto nel Paese ma venduto all’estero.
  • M (Importazioni): Il valore di ciò che viene prodotto all’estero ma consumato nel Paese (questo valore viene sottratto per calcolare solo ciò che è prodotto internamente).

Giusto per fare un breve excursus storico, il moderno concetto di Prodotto Interno Lordo (PIL) esiste dal 1934. Fu sviluppato dall’economista Simon Kuznets in un rapporto ufficiale presentato al Congresso degli Stati Uniti in quell’anno. L’indicatore è nato in risposta alla Grande Depressione che stavano vivendo gli USA, con l’obiettivo di misurare e riassumere in un unico numero la forza economica di uno Stato. Successivamente, dopo gli accordi di Bretton Woods del 1944, è diventato lo standard globale per misurare le economie nazionali. In Italia, le stime ufficiali del PIL sono iniziate nel secondo dopoguerra, inizialmente affidate alla Banca d’Italia e poi passate all’ISTAT a partire dal 1950. Kuznet nacque a Pinsk (all’epoca nell’Impero russo, oggi Bielorussa), da una famiglia ebraica. Iniziò gli studi universitari nel suo Paese natale ma, nel 1922, scappò dalla rivoluzione bolscevica e si trasferì negli Stati Uniti, dove si laureò in economia all’Università della Columbia nel 1923 e ottenne il dottorato nel 1926. La cosa molto curiosa è il fatto che lo stesso inventore del PIL specificò, successivamente, che il PIL è un descrittore puramente quantitativo ma denunciò che aveva come forte punto di debolezza il non tener conto dell’impatto ambientale, delle disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza, del lavoro nero o non retribuito (come il lavoro domestico) e non misura in alcun modo la felicità o la qualità della vita dei cittadini. A tal proposito mi permetterete di citare Rober Kennedy in un suo discorso sul PIL all’Università del Kansas il 13 marzo del 1968: Con troppa insistenza e troppo a lungo, sembra che abbiamo rinunciato alla eccellenza personale e ai valori della comunità, in favore del mero accumulo di beni materiali. Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo. Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

Ecco, da visionario futurista mi piacerebbe, anelerei, che fosse introdotto un nuovo indice socioeconomico nel valutare lo stato della nazione: il FIL, coefficiente della felicità interna lorda, dove ogni anno si indagasse, per esempio, se rispetto all’anno precedente l’italiano è più o meno felice per il funzionamento della scuola e dell’università, per la sicurezza di poter godersi la propria città o il proprio paese, per la qualità della strade e dei trasporti, per l’attenzione sulle famiglie e sui figli, per l’onestà dei propri amministratori e politici, per la giustizia celere e giusta, per la qualità dell’aria, per gli stipendi e le pensioni, per l’assistenza agli anziani, per la sanità, per la qualità dell’ambiente, per il rispetto che le altre nazioni hanno verso l’Italia e così via. Insomma; scientificamente valutare quanto aumenta o meno ogni anno la felicità di essere italiani. Grazie a tutti voi per l’ascolto. Ing. Maurizio Cartararsa