Michele Gelardi

Nel 2004, Benedetto XVI parlava di un Occidente che prova odio di sé e aggiungeva: “L’Europa per sopravvivere ha bisogno di una nuova… accettazione di sé stessa. La multiculturalità… è talvolta soprattutto abbandono e rinnegamento di ciò che è proprio, fuga dalle cose proprie, ma la multiculturalità non può sussistere senza costanti in comune, senza punti di orientamento, a partire dai valori propri”. Ricordava agli smemorati che la civiltà occidentale ha avuto la sua culla nell’Europa cristiana. Purtroppo la classe dirigente europea ha smarrito questa consapevolezza e rinnegato la storia e l’identità culturale che accomuna tutti i popoli europei. L’Unione europea è divenuta un’istituzione senza anima, un insieme di apparati burocratici che non riesce a esprimere valori condivisi, ma solo interessi particolaristici e divisivi. Sarebbe meglio chiamarla UNIONE SOVIETICA EUROPEA, prigioniera dell’ideologia GREEN ed LGBT.

È necessario ritornare alle radici cristiane, intese, nella declinazione laica e secolare, come fondamento storico dell’ordinamento di libertà. Smarrendo quelle radici, ne perdiamo anche il frutto: la nostra civiltà si inaridisce, la nostra libertà è compromessa. Quel frutto si può sintetizzare in un solo paradigma ideale: la dignità originaria della persona, dotata di libero arbitrio e titolare di diritti naturali. L’uomo è accolto nella compagine sociale primigenia, la famiglia, da cui trae nutrimento la sua personalità. Questa accoglienza, cronologicamente e assiologicamente prioritaria, rispetto all’ingresso nel consesso politico, crea un legame indissolubile, che qualsivoglia autorità politica deve rispettare. L’autonomia della prima società naturale e la dignità originaria della persona vanno di pari passo.

Nella cornice ideale del cristianesimo, l’uomo è dotato di libero arbitrio e per questa ragione è responsabile delle sue azioni. Ne deriva un importante corollario: la libera iniziativa economica è un diritto inalienabile dell’individuo, essendo diretta espressione del suo libero arbitrio e dell’assunzione di responsabilità personale nel contesto dei rapporti sociali ed economici. Al contempo la dottrina cristiana del diritto naturale, anteponendo la persona e la società all’autorità politica, fa derivare le relazioni giuridicamente protette dall’ordine spontaneo della convivenza. Fra questi diritti naturali un posto di primo piano occupa il diritto di proprietà, che salvaguarda l’individuo e la famiglia dall’invasività dell’autorità politica, recingendo uno spazio inviolabile di privatezza, e costituisce la giusta ricompensa del sacrificio personale e del lavoro.

Da qui due importantissimi corollari. Il compito primario dello Stato è quello di salvaguardare i diritti dei cittadini in condizioni di pacifica convivenza. Nella politica di sicurezza e difesa dei confini nazionali, deve essere uno Stato Forte, non incline all’indulgenza plenaria e al buonismo. Quel bene essenziale che gli anglofoni definiscono “rule of law”, ossia certezza del diritto, ha il suo presupposto necessario nella sicurezza dei cittadini e dei loro beni. Il compito suppletivo dello Stato è quello di intervenire nei campi nei quali la libera iniziativa dei privati, delle associazioni volontarie e dei corpi intermedi non si rivela idonea e sufficiente. Lo Stato deve garantire la sicurezza (proprietà privata, contratti), deve stabilire le regole del gioco e vigilare sulla loro applicazione. In ambito economico deve intervenire per prevenire la formazione di monopoli o pratiche sleali che distorcono il mercato a scapito dei più deboli. Non deve intervenire come operatore economico. L’economia di mercato non solo è più efficiente, ma anche più equa dell’economia pianificata.

Questa visione cristiana dei rapporti di convivenza è trascurata e perfino vilipesa nella cultura del “politicamente corretto”. La laicità è divenuta laicismo e neopaganesimo, culto della Nuova Divinità, rappresentata dall’apparato burocratico, che deresponsabilizza l’individuo ed entra nella sfera privata, perfino nella veste di educatore e precettore morale. La sua dimensione etica si riassume in un impasto indigeribile di banalità e luoghi comuni, ispirati a una malintesa e superficiale “socialità” e privi di riferimenti ideali. L’uomo omologato e deresponsabilizzato, privato del passato e della capacità di progettare il proprio futuro, restringe il suo orizzonte al presente, si appiattisce sulla percezione sensoriale, non conosce rinunce, diviene schiavo dei suoi desideri, effimeri e contingenti. Le nuove generazioni sono afflitte da disorientamento morale e intellettuale, proprio perché la cultura politica oggi dominante ha smarrito il legame con la nostra storia. La società occidentale è ammalata di denatalità, perché l’uomo ha perso la speranza e non vede un domani innanzi a sé. Da qui si apre l’abisso che conduce alla dissoluzione della nostra civiltà. Sull’altare della Divinità Burocratica, che ci protegge e indirizza, si celebra l’olocausto della nostra libertà. I “nuovi barbari” alle porte di Sagunto vestono i panni del progresso e della “socialità”, ma riducono l’uomo a una molecola isolata, slegata dalla famiglia, omologata al “pensiero unico”, docile strumento delle direttive dell’autorità politica.

È dovere di tutti noi difendere la nostra Sagunto, nelle cui radici culturali è sbocciata la nostra libertà, preziosa per quanto imperfetta.